sexta-feira, 17 de fevereiro de 2017



.

O que me fascina em Tristan Garcia, sobre quem já escrevi algumas linhas neste blogue, é a sua capacidade de traçar pontes e de elaborar sínteses coerentes e inabaláveis, através de um diálogo sistemático não só com a tradição filosófica e literária, mas também com a contemporaneidade.. Acabado de sair o mais recente ensaio deste filósofo, o livro "Nous", sobre o qual haverei de falar aqui mal acabe de o ler, podemos assistir nesta conferência simultâneamente à clarificação desse conceito de "Nous", mas articulando-o ele com as diversas formas de realismo a cujo levantamento o filósofo procede aqui. Começando por explicitar as questões levantadas pelo realismo especulativo, sobretudo o defendido pelo filósofo norte-americano Grahaam Harman, realismo esse que visa desmontar o correlacionismo pós-kantiano e que nos acabará dizendo que o real não precisa de nós , Garcia - nesta conferência - passa a analisar uma outra espécie de realismo - o realismo político, onde enfatiza, num plano historicista, os vários planos do "Nous" exemplificando com a crítica de Castorius a Tucídedes, segundo a ideia de quanto mais o "Nous" se torna abrangente mais ele se fragiliza e aqui é dado o exemplo das cidades gregas, quanto mais eram unidas - em número - numa aliança, mais essa aliança (esse "Nous"!) se fragilizava, de entre as várias correntes do realismo político, Garcia não deixa de acentuar, nesta conferência, uma subdivisão de filósofos de cariz fasciszante (ele diz mesmo aqui: fascistas!). A exposição de Garcia entra, por fim, num terceiro tipo de realismo: aquele que se liga à ficção. Ora, se o realismo especulativo defendia que o real não necessitava de nós e defendia mesmo que as relações que manteríamos com os objetos eram iguais àquelas que esses mesmos objetos teriam entre si, neste terceiro tipo de realismo "ficcional" o homem cria um real que precise dele. E aqui Tristan Garcia cinde a ficção em dois tipos distintos: a) a ficção religiosa e dá como exemplo a filosofia de Feuerbach sobre a religião; b) a ficção artística. À medida que se aproxima do final da conferência; Garcia recorre à linha de raciocínio já utilizada na metodologia do seu último ensaio ( Une vie intense ) de que já se falou neste blogue, sobretudo quando nesse livro defende o conceito de "resistência" como pertinaz mecanismo ético e "equilibrativo" da ação humana. Aqui, agora  no campo da Estética, da ficção romanesca e, concretamente, da sua prática como romancista, ele diz-nos que uma arte puramente centrada no realismo ou outra puramente centrada no imaginário tirariam da sua força a sua derradeira - e completa - derrota, já que se o real se mantém exterior a nós, o homem acaba criando um outro real que precise dele e eis-nos no campo - indestrutível! - da sua concepção de romance e, por generalização através das obras dele por mim  já lidas, dos pilares base da sua filosofia.
.
.
.


    PER IL DESERTO LE MIE MANI

                                   21


Amarti è sedermi nella piazza, di mattina presto, solo per vederti passare.
Amarti è ai tuoi occhi, al tuo sorriso complice, alle tue parole.
Amarti è inoltre che tu non mi veda, se per caso qualcuno sta vicino.
Amarti è che esistano sole, vento e stelle. E' il verde delle
acacie e delle palme e le rose di Gerico allineate
fino le cime delle dune.
Amarti è il dolce dei fichi sul tavolo, i
datteri, la voce della grande Kolthoum venuta da una finestra
in un cantico apassionado al Nilo.
Amarti è che esista la notte - ah, sopra tutto la notte! Ed è
il tuo corpo nudo, esausto, bianco come un templo, perchè
tutti i corpi sono un templo nel suolo consagrato che esiste.
Amarti è il sorriso nel volto dei fanciulli, il gracile e
danzante camminare delle done, la fonte, le acque.
Amarti è tutto, persino il mio desiderio di non amarti.


 Mateus, Victor Oliveira. Pelo Deserto as Minhas Mãos. Carcavelos: Coisas de Ler Lda, 2004, p 51 (Tradução de Stefania Di Leo).
.
.
.

quarta-feira, 15 de fevereiro de 2017


  COMMENTO DI ADRIANO A YOURCENAR


Siamo i viaggi che facemmo, l' ansia di incontrare
nella confusione degli uomini tutte le città che dovevamo
construire. Siamo questa immortalità alla quale gli dei
ci condannarono e che ora godiamo con irriverente
naturalezza che alcuni scambiano per fredezza
pedante o per un aristocrazia che in veritá
non sentiamo mai. Siamo l' azzurro inconfondibile dell' Egeo
con le sue isole e templi, con le sue rovine e colline
dove le voci più antiche si alzano,
per poi invischiarsi nell' agitata distrazione
degli uomini. Siamo questo vuoto che rimase, questa memoria
dalla quale nessuno di noi riesce a fuggire: tu a vigilare
un cancro spietato, io con un avvocato fra le braccia.
Entrambi sconfitti prima del tempo! Entrambi con tuta
la gloria che ci insisteva, nonostante la nostra stanchezza,
il nostro isolamento, la nostra fame di silenzio.
Siamo questa colpa per non esserci compresi,
per non avere saputo leggere tenerezza e merito,
per avere lasciato ciò che alla fine era
bene nostro per diritto e per affetto. Siamo questo fuoco
che non ha nome. Questo mostruo che ancora ci devora
ed avvelena le mattine, quando, insonni,
cercavamo ciecamente la penombra e non incontravamo
i loro volti, i loro volti che si prolungavano
oltre noi, il loro respirare che ci alimantava la vita
e la cui assenza ci disegna oggi questa morte
che si avvicina. Siamo questa sfortunata notte,
questo tremante deambulare, che, nel soffio d' ordine
del mondo, aspetta la barca che ci restituirà
tutto ciò che non abbiamo curato come dovevemo.


   Mateus, Victor Oliveira. Clepsydra, Antologia Poética. Lisboa: Coisas de Ler, 2014, p 182 ( Coordenação: Gisela Ramos Rosa. Tradução: Stefania Di Leo).
.
.

quinta-feira, 9 de fevereiro de 2017


     DI FRONTE ALLO SPECCHIO


                                          né la pietra di un palazzo,
                                          né la pietra di una chiesa;
                                          è come te,
                                          pietra d' avventura.

                                             Leòn Felipe, Como tù


Pensatemi pietra lontana d' avventura
molto destra per esili sulla terra
e fra forme ove la vita sempre erra
in gloria traditrice che poco dura.

Disegnate il sentier' disconforme e puro
in patrie segnate da odio e guerra
che in speranza perfida vendetta erra
e arme vili scrivendo inauguro.

Pensatemi pietra e niente più! Meraviglia
Com' essa, esser cosa silente e cantante
in riva alla vita. Fra pietre e fanghiglia

inoltre passate: fugace, circostante
in cerca di quell'alba che brilla
in ciò che di me resterà-chiaro, anelante.


 Mateus, Victor Oliveira. He muerto... y he resuscitado, Antología en homenage a Léon Felipe. Salamanca: 2015 (Tradução de Stefania Di Leo).
.
.

terça-feira, 7 de fevereiro de 2017



          CIÒ CHE FA MALE


Ciò che fa male non sono le rotture, l'allontanamento,
l' incapacità di colpire come un cancro
occulto e certo. Ciò che fa male non è
la poca consistenza con la quale si dice
questa o quella parola, questa o quella frase;
con ciò che si insistette, nonostante certi sospetti
nel grottesco montaggio di ciò che si prevedeva
molto lontano di qualsiani futuro. Ciò che fa male
non à la viscosità delle emozioni scritte
in qualche mappa anticipatamente condannata,
ma l' insistenza di un' insolubile
ricordo di fuggire, ciò che veramente
duole è svegliarsi, un giorno e scoprire
che niente di tutto ciò ebbe importanza.


  Mateus, Victor Oliveira. Gente dois Reinos. Fafe: Editora Labirinto, 2013, p 27 (Tradução de Stefania Di Leo).
.
.

segunda-feira, 6 de fevereiro de 2017




  C' È UN RUMORE NELLA DISTANZA


C' è un rumore in questa distanza,
un inganno con il quale tingo le parole
in trappole che vibrano
ma non proteggono, c' è un porto,
deserto ed umido, come tutti i porti
quando tu non ci sei, e cè anche una mappa,
un antichissima mappa senza litorali
né rive, dove io risento
questa insopportabile sete di te,
come disegnando isole all' altro lato
del tempo, C' è inoltre - o sembra
esserci - un ponte... un paesaggio
minacciato - e tutto ciò, tutto, perché
c' è un rumore in questa distanza.


Mateus, Victor Oliveira. Gente dois Reinos. Fafe: Editora Labirinto, 2013, p 25 (Tradução de Stefania Di Leo).
.
.
Nota - Stefania Di Leo poeta italiana, tradutora e Professora na Universidade de Pavia.
.
.
.

domingo, 5 de fevereiro de 2017



Aquello que no tiene nombre
baja insurrecto por ele bloque de enfrente,
ondea en lo alto del poste,
habla en los desabrigados claros
del silencio.
Aquello que no tiene nombre
invade las calles, las ciudades, los oceános
donde todo despierta:
capullo de misterio, fuente originaria,
partícula infinita en este viaje
lleno de señales y luces de despedida.
Aquello que no tiene nombre
por momentos se oculta,
pero luego se yergue
y me tiñe de azul la vida.


   Victor Oliveira Mateus ( Traducción del portugués: José Ángel García Caballero) in Álora, La Bien Cercada Nº 33, Diciembre, 2016. Málaga: 2016, p 63.
.
.
.


        " Atardecer "


Apreso esta tarde que se aproxima
entre el rumor vacilante de los álamos
y el latido casi humano de las casas.
Apreso el desamparo agreste de los páramos,
donde mi sombra - con pinceladas
de nieve - va dibujando temerosa
la imponderable presencia del sueño.
Apreso también, especialmente, una mirada
que desde lo aparente se derrama
en busca del más oculto hilo de silencio.
De silencio y de sentido.
Lugar donde las palabras
se acaban afirmando y donde el dolor
- ese destino ineludible y solitario -
es un "lobo devorador
que se calla (sólo) un instante
para después morder mejor" .(1)


(1) Paráfrasis de los versos finales del poema "Dolor", de Juan Ruiz Peña. Versos Juntos, p. 61.
.
.
.
 Victor Oliveira Mateus (Traducción de A. P. Alencart), in Peña, Juan Ruiz. Umbrales de la memoria, Antología. Salamanca, 2015, p 350 (Edición y selección: Blanca, Juan, Pilar y Marta Barrionuevo. Introducción y notas: Carmen Ruiz Barrionuevo.
.
.
.

sábado, 4 de fevereiro de 2017


   E por que razão não lhe viera esta ideia mais cedo? Quando chegou o momento, quando lhe veio finalmente esta ideia, o peso que o esmagara durante dias, não, semanas, desapareceu de repente como se, na realidade, tivesse sido apenas um minúsculo grão de areia, fazendo-se um espaço livre para outros pensamentos, pensamentos claros, pensamentos libertadores. Bastaria assim um único pensamento novo, no fundo perfeitamente simples, para que tudo aparecesse iluminado por uma nova luz; era portanto esta a solução, uma súbita inspiração que aliás devia ser rapidamente convertida em acção. Era como se ele se tivesse subitamente tornado adulto.
   E ao surgir este pensamento, Jakob foi afastado para uma distância tolerável. A sua imagem não desapareceu por completo, mas perdeu nitidez, deixou de lhe obstruir o caminho. Erneste passou a estar sozinho. Só precisava de seguir a ordem correcta para fazer aquilo que era preciso fazer, e tudo o resto acabaria por se resolver. Tinha de sentar-se à mesa da cozinha, colocar nela uma folha de papel, agarrar numa esferográfica e escrever a Jakob, dizendo-lhe que resolvera não telefonar a Klinger, que decidira não o procurar, não lhe pedir nada, porque estava a viver a sua própria vida e nem Jakob nem Klinger tinham qualquer lugar nessa nova vida, nem tu, Jakob, nem aquele que te acariciou, te raptou, te roubou, te afastou de mim, tu seguiste-o e portanto continua a segui-lo, segue-o a ele, continua a depender dele, não confies em mim, sê o seu criado, não confies na minha ajuda, sê aquilo que lhe pertence a ele, abandonaste-me para sempre, agora sou eu que te abandono para sempre, acaba de acontecer aquilo em que, até agora, me recusava a acreditar, finalmente desapareceste da minha vida, para sempre, e isto é um alívio.
   As frases que queria escrever-lhe começavam a ganhar corpo. No entanto, ganhavam corpo a uma velocidade tão grande e eram tantas as frases que rapidamente descobriu que não seria capaz de as memorizar. Iam crescendo e quanto mais longas se tornavam, menos as compreendia, e o que ele não compreendia, Jakob entenderia ainda muito menos.


  Sulzer, Alain Claude. Um criado exemplar. Lisboa: Quidnovi, 2007, pp 71-72.
.
.
.

quinta-feira, 2 de fevereiro de 2017


"Um criado exemplar" é um romance do escritor suíço Alain Claude Sulzer (Basileia, 1953) e, num estilo clássico e depurado movendo-se em dois tempos narrativos, fala do conflito tradicional no fenómeno amoroso: de um lado um criado de um hotel de luxo que arrisca tudo na sua paixão (Erneste), do outro, um jovem aprendiz desse mesmo hotel suiço, alguém sem escrúpulos que se aproveita de todas as situações (Jakob). Tudo começa quando Erneste, trinta anos após o rompimento dessa relação que o marcara, recebe uma carta de Jakob à altura vivendo nos EUA, para onde viajara após se ter envolvido com um escritor famoso (Julius Klinger) que o levara para o outro lado do Atlântico e, como paga, Jakob destruir-lhe-á o casamento e conduzirá Maximilian (o filho do escritor com quem Jakob também se envolvera) ao suicídio. Esta é a história de um relacionamento entre "um ser ético" e um alpinista social, que, no entanto, acabará soçobrando vítima de uma doença incurável.
O romance de Sulzer, para alguns críticos, apresenta semelhanças com Thomas Mann e com obras de Bernhard Schlink, pessoalmente também lhe encontro convergências com Stefan Zweig, como por exemplo o romance "A confusão dos sentimentos" e com alguns romances de Sándor Márai, sobretudo a última parte deste livro (o diálogo entre Erneste e Julius Klinger) tem grandes semelhanças com obras de Márai, como por exemplo o "As velas ardem até o fim."
.
.
.
Como falhasse a abertura da manga, Erneste pegou-lhe no punho e Jakob não fugiu ao contacto. A sua pele estava fria e era firme, muito fina, lisa, sem pêlos. Erneste tremia um pouco. Introduziu o braço na manga da camisa, agindo da mesma maneira com o braço direito. Desta vez, Jakob não tentou apanhar a manga, deixou que Erneste o ajudasse, deixou-se guiar, estendeu o braço para trás e esperou que Erneste o agarrasse, o que efectivamente ele fez. Apertou mais firmemente o punho de Jakob para enfiar o braço na manga. Jakob não soltou a mão, esticou-a, era a mão de um homem, firmemente decidida.
     Enquanto Jakob abotoava a camisa, que cheirava ligeiramente a goma. Erneste alisou-a nas costas de Jakob; com as mãos esticou a parte dos ombros e depois as costas; sob as suas mãos sentia os ombros e as costas de Jakob (...) Pôs-se em frente dele e estendeu-lhe as calças, o colete e o cinto. Estava diante dele, apenas afastado alguns centímetros, podendo observar de muito perto como as pernas lhe desapareciam dentro das calças pretas. Enquanto Jokob apertava os botões, olhou Erneste nos olhos e, quando sorriu, Erneste soube que estava perdido, que tinha conquistado mas ao mesmo tempo perdido alguma coisa, que esta vitória significava simultaneamente a sua derrota. Sentiu uma estranha premonição, um pressentimento incompreensível, aninhado por detrás da fachada clara da sua excitação e que pretendia chamar a sua atenção, algo estúpido e perturbador, algo ameaçador de que nada queria saber, algo estúpido, perturbador e ameaçador por detrás da felicidade e da alegria que o submergiam.


 Sulzer, Alain Claude. Um criado exemplar. Lisboa: Quidnovi, 2007, pp 46-47.
.
.
.

quarta-feira, 1 de fevereiro de 2017


     Ouvi, pela primeira vez, o nome de Lamennais (de Félicité Robert, não do irmão!) pela voz da Colette Magny. Ela puxava da viola e dizia que ia cantar palavras de Lenine e Lamennais... e lá cantava. Aqueles eram os tempos em que eu pensava que as verdades para serem certezas tinham de ser gritadas, eram as décadas do meu ateísmo convicto, que eu lá ia tentando fundamentar racionalmente, portanto, a presença de um padre católico ao lado de Lenine causou-me alguma estranheza, mas o clero não era a minha especialidade naquela altura, por conseguinte, nunca mais pensei no assunto. Ora, continuando eu - hoje - de braço dado com os Românticos tropeço de novo em Lamennais: amigo do primeiro Victor Hugo. A coisa tornou-se mais estranha: um Victor Hugo ainda assumidamente de direita, lambendo botas aos Académicos para ver se conseguia entrar para o grupo dos imortais, amigo de Carlos X de Bourbon, não fazendo já poemas a Napoleão, mas escrevendo-os para a Monarquia Restaurada, um Victor Hugo fazendo também olhinhos à Duquesa de Berry após o assassinato do seu marido, herdeiro do trono. Era de facto estranho ver um padre católico a puxar o grande Hugo para a esquerda, onde este finalmente ficou a maior parte da sua vida, tendo por isso pago um preço enorme, sobretudo sob o consulado de Napoleáo III.
Ora, e pelo que conheço de mim, da minha estupefação ao começar a "mastigar" Lamennais foi apenas um milímetro, que eu andei,
     Em "De L'esclavage moderne" texto ousadíssimo para a época encontro um prefácio que me causou estranheza em três pontos. Falha seguramente minha, pois quem sou eu para questionar eminentes estudiosos e especialistas? Primeiro, estranha essa Introdução que Lamennais tenha sido tão veemente com a escravatura do proletariado francês e nada diga sobre a escravatura, por exemplo, das Antilhas. Ora, e na minha singela análise; Lamennais ecreve um texto eminentemente panfletário, onde, embora procurando ser rigoroso, procura antes tirar partido de outros efeitos estilísticos, nomeadamente a hipérbole, e mais: ele utiliza - quanto a mim deliberadamente! - o termo "esclavage" umas vezes no sentido de "escravatura" e outras no sentido de "escravidão". O autor não fala da escravatura nas Antilhas, nem em qualquer outra parte do mundo, pois o seu interesse é denunciar a escravidão dos desapossados. Dito de outra maneira: quando eu digo: "sou um escravo naquela empresa, ela é que tem decidido a minha vida", isto não quer dizer que eu seja um escravo da empresa e que ela decida da minha vida! Complexo, não é verdade? Peguemos em dois exemplos do que foi, de facto, a sociedade esclavagista:na ficção: as páginas 29 e 30 do Volume I de "A Morte de Virgílio" de Hermann Broch; na Ciência (a História), a página 429 de "A Queda de Cartago, As Guerras Púnicas, 265-146 A.C." de Adrian Goldswortthy (Cf. igualmente a visão/utilização alegórica e/ou metafórica que pode existir para o conceito de escravatura - que a obra exerce sobre o criador - in "A Literatura de Agostinho da Silva, essa alegre inquietação" de Risoleta Pinto Pedro, p 107). Aqui, sim, fala-se da sociedade esclavagista, Lamennais, de facto, fala dela mas como efeito retórico: ele está a falar de outra coisa! Mas esta é, repito, uma mera visão, provavelmente enviesada, de quem não tem o estatuto nem o saber dos grandes nomes! Uma segunda objeção minha, vem do facto de se sugerir a insuficiência da solução proposta pelo padre francês, quando fala dos meios pacíficos das petições e outros tipos de pressões, de facto o autor não propõe a Ditadura do Proletariado por ele tão acérrimamente defendido no escrito, mas saltemos a questão da 2ª Internacional. Por fim, Lamennais, como padre católico que era - apesar de ter pago também um preço bastante alto pela sua ousadia! - apresenta como fundamento das suas posições a Justiça Absoluta e Fonte de Igualdade entre todos os homens, ou seja, Deus, claro que também poderia ter apresentado a sociedade sem classes à boa maneira estalinista, mas entre dois Paraísos por que lutar ele escolheu o que julgou melhor e eu - o de tão parco saber quando comparado com - penso que ajuizou bem. Portanto, para mim, este escrito de Lamennais é absolutamente coerente nas incoerências que parece apresentar.
.
.

segunda-feira, 30 de janeiro de 2017


On ne réussit encore qu'à deux conditions essentiellement inséparables: un dévouement complet, désintéressé à la cause commune, un sentiment profond de la justice aimée pour ele-même. Sans cela, chacun ne songeant qu'à soi s'isole et croupit dans son égoisme; sans cela, l'intérêt personnel, étroit et sec, radicalement incompatible avec l'esprit de sacrifice, étouffe au fond de l'âme les mouvements généreux, les fermes et saintes résolutions, divise, abaisse et pousse sur la pente des convoitises brutales. L'homme que rien ne souléve au-dessus de lui-même est serf par nature.
Des trois formes que revêt l'esclavage sous lequel on vous a courbés, l'esclavage domestique, l'esclavage civil et l'esclavage politique, le premier est celui dont vous sentiez plus vivement le poids parce qu'il s'identifie avec vos souffrances de chaque jour, de chaque heure, souffrances physiques et souffrances morales, besoins du corps et besoins de l'esprit; car l'esprit a aussi ses besoins (...) et quel moyen d'y satisfaire, pressés comme vous l'étes par la nécessité d'un travail incessant pour subsister vous et les vôtres? (...)
Ce que vous voulez avant tout, c'est que ce grand désordre, cette choquante inégalité dans la distribution des biens et des maux, des charges et des bénéfices de l'état social, cette inique oppression de la classe la plus ujtile et la plus nombreuse, disparaisse, et que l'homme de travail ait sa juste part dans les avantages de la commune association. Ce que vous voulez, cést que le pauvre, relevé de sa longue déchéance, cesse de trainer avec douleur ses chaínes héréditaires (...) toute réforme dans les choses présentes qui n'aboutirait point à cette reforme fondamental serait dérisoire et vaine.


  Lamennais, Félicité Robert de. L'Esclavage Moderne. Paris: Éditions le passager clandestin, S/d., pp 59-61.
.
.

domingo, 29 de janeiro de 2017


Malgré un progrès incontestable à d'autres égards, qu'y aurait-il aujourd'hui même à changer dans ce tableau? Le peuple gémit toujours sous le fardeau des mêmes charges; il soutient les guerres, entretient le roi, laboure la terre, met à profit ce qu'elle rapporte (...) et le fruit de tout cela, la récompense de ces incessants bienfaits, quelle est-elle? La sueur, l'angoisse, la nudité, la faim, tant qu'il respire, et après, sa part dans la fosse banale.
Un droit nouveau, fondé sur l'égalité de nature, est devenu de croyance commune; il faut, pour le combattre, s'envelopper d'équivoques, d'hypocrites semblants, fourvoyer l'esprit en mille détours obscurs; nul n'oserait le nier ouvertement. Mais ce droit si puissant sur la raison publique, ce droit élevè à la hauteur d'un dogme religieux et qu'on pourrait désormais appeler la conscience des peuples chrétiens, ce droit est resté jusqu'ici à l'état de simple idée, de pur sentiment; il n'a eu presque aucune influence sur les faits extérieurs, n'a reçu aucune large application pratique. Dans l'effective réalité, nous en sommes encore à la solution paienne du problème social, à l'esclavage des nations antiques, atténué seulemnet et déguisé sous d'autres noms et sous d'autres formes.
L'essence de l'esclavage est, en effet, comme nous l'avons vu, la destruction de la personnalité humaine, c'est-à-dire de la liberté ou de la souveraineté naturelle de l'homme, qui fait de lui un être moral, responsable de ses actes, capable de vertu. Ravalé au rang de l'animal et au-dessous même de l'animal, en cessant d'être un être personnel, il est rejeté en dehors du droit de l'humanité, et conséquemment de tout droit, aussi bien que de tout devoir. Ne sachant plus comment le nommer, parce qu'on ne sait plus comment le concevoir, on l'appelle une chose, res; voilà ce que devient la plus noble créature de Dieu.


 Lamennais, Félicité Robert de. De L'Esclavage Moderne. Paris: Éditions le passager clandestin. S/d, pp 43-45.
.
.

quinta-feira, 26 de janeiro de 2017



   " Aqueles que se opõem obstinadamente "


Aqueles que se opõem obstinadamente
às modas, merecem
uma estátua notável,
um copo de vinho decantado pelo tempo,
ou uma linha de ouro recitada em voz alta.
Talvez uma inscrição, o reconhecimento
dos seus concidadãos:
"Aos que não cederam".

Porque há um heroísmo
mínimo, mas certo,
quotidiano,
nessa obstinação
ou indiferença. São
idealistas que seguem
como se não se vissem
cercados. Sua renúncia
não é apenas sua. Vale
para todos. Salva-os.

Não se embriagam de efémero.
Trazem equilíbrio
à totalidade.
Que ninguém se iluda. Também eles
estão enamorados do futuro.
Mas não vão pelo caminho fácil.


 Iglesias, Juan Antonio González. Confiado. Madrid: Visor Libros, 2015, p 51 (Tradução de Victor Oliveira Mateus).
.
.
.
Aquando da sua última visita a Portugal, uma escritora e professora madrilena conversava comigo - num dos cafés do centro de Lisboa - acerca do que se ia fazendo, em termos de poesia, em ambos os países. Trocávamos nomes, títulos e projetos em que ambos andávamos envolvidos. A certa altura, ela escreveu num guardanapo de papel três nomes de poetas e, passando-mo, disse: "Não percas estes!" Depois, seguiu-se a terrível odisseia que sempre é comprar livros num país mesmo aqui ao lado. De dois desses autores já falei neste espaço!
A poesia de Juan Antonio González Iglesias tocou-me, num primeiro momento, por dois procedimentos estílisticos que raríssimos poetas conseguem levar a bom porto: primeiro, o enfatizar do território do sentido na estrutura poemática sem que isso se traduza num discurso banal e corriqueiro em torno do quotidiano ou em qualquer panfletarismo titubeante e gratuito. A poesia de González Iglesias é, ao nível do sentido, simultaneamente firme, segura mas serena; lúcida na sua relação com o sócio-cultural mas não arrebatada; o segundo aspeto prende-se com o cultismo desta escrita, ou seja, a forma equilibrada, sabiamente doseada, com que se trabalha uma erudição, que se percebe ser vasta, sem que isso se transforme num qualquer hermetismo preocupado com a imagem a dar. Finalmente, convém acrescentar que o referido enfatizar do sentido, jamais macula - quer nos poemas longos quer nos curtos - todo um ritmo inerente ao dizer poético, que podemos detetar tanto nos poemas de verso longo como nos outros.
Os dois poemas que serão postados - um longo na versão original e um curto numa tradução minha - tentarão ilustrar, e confirmar, o anteriormente dito.
.
.
  "Libérame del reino de la cantidad"

Libérame del reino de la cantidad.
No permitas que sea valorado
por el número de amigos o de seguidores
que pudiera tener en una cosa denominada red.
Haz para mí este milagro mínimo como la hoja recién brotada del sauce.
Quita mi firma electrónica de los servidores que me avasallan.
Limpia de servilismos mi rotina.
Consigue que me escuchen aunque sea yo el único
que dice lo que digo.
Haz que no tenga que solicitar miles
o decenas de miles de firmas para obtener una ligera mutación en el orden del mundo.
Líbrame de la estadísticas, de los altavoces, de los muchos.
Líbrame del ingenio que seduce a los fáciles.
Haz que no tenga que integrarme en equipos.
Destruye la palabra cronograma.
Borra los documentos en los que he anotado
lo que voy a pensar y a soñar en los próximos años.
Otorga transparencia a mi futuro.
Invísteme con la soberanía del árbol,
guarda para mí una partícula de la integridad de Sócrates
cuando moja sus pies en el río de Atenas.
Que pueda soñar único, escribir único
rodeado de únicos.
Déjame que me ponga mis mejores ropajes
para leer a los clásicos.
No tenga que mirar las listas de ficción o no ficción,
las cifras de la audiencia, el número de visitantes.
Sácame de la cultura de masas que oprime mi caja torácica
con su descaro creciente en proporción geométrica.
Haz que la razón como un viento delicado cruce de mi cerebro a los otros cerebros
sin gritos.
Dame fuerza para seguir aunque no tenga a nadie
que acompañe mi pensamiento.
Dame un corazón sensato paro no excluyas la locura ni la valentía necesarias
para oponerme con elegancia a las necesidades,
para ser invulnerable a las modas,
para prescindir de las bibliografías con un golpe de audacia.
Cumple tu promesa: Que se abran las puertas.
Descerraja las rejas de las reuniones, de los consejos, comités, comisiones y asambleas,
para que pueda salir a la mañana en la que sopla la primavera impaciente.
Borra las convocatorias y las citaciones.
Tú, que eres enemigo acérrimo de todo lo absurdo,
anula de una vez las entelequias.
Haz que no tenga que rellenar más formularios.
Limpia mi piel de códigos de barras.
Deja que me sacuda de encima las claves alfanuméricas que el Poder me impone.
Llévame a mi tiempo, a la época del agua.
Deja que me descalce sobre el prado.
Déjame ser el último cualitativo.
Concédeme vivir como Montaigne
o como Jaccottet a la luz del invierno.
Libérame del reino de la cantidad.


 Iglesias, Juan Antonio González. Confiado. Madrid: Visor Libros, 2015, pp 32-34.
.
.
.

terça-feira, 24 de janeiro de 2017


(Estes dois excertos ilustram a recensão que segue imediatamente abaixo)
.
.
Racionalmente, desejava ser um rei constitucional, mas o seu temperamento pressionava-o a agir de outro modo.
   É por isso que não é simples adjectivar este rei do ponto de vista da divisão entre esquerda e direita. De certa forma, a tentativa nem faz sentido. A vitória dos liberais durante a guerra civil de 1832.1834 levara a que o centro da vida política se deslocasse para a esquerda. Como notaram os estrangeiros que visitaram Portugal, aqui toda a gente parecia "progressista". Agarrada ao Trono e ao Altar a direita suicidara-se. Educado por pais liberais, D. Pedro era, e queria-se, um monarca exemplar. Nunca quis ouvir falar das desgraças do tio-avô D. Miguel, muito menos dos exilados que o tinham acompanhado. Desprezava as velhas famílias, que considerava caquéticas. Odiava os antigos rituais monárquicos. A boçalidade das classes médias enervava-o. Sofria com a miséria popular entrevista durante as viagens que fizera pelo país. Mas não tolerava limites ao seu poder.
(...) Por outro lado, nunca defendeu que o ensino primário devesse ser entregue a padres, classe, aliás, que considerava demasiado ignorante para merecer respeito. A sua ambição era montar uma vasta rede de escolas primárias, o primeiro passo, na sua opinião, para o desenvolvimento económico do país. Finalmente, queria que Portugal fosse atravessado de comboios, que o porto de Lisboa se transformasse no mais bem apetrechado da Península Ibérica e que as estradas passassem a ser vias decentes, tudo coisas que permitiram ligar o país ao resto da Europa.
   Além da modernização económica, interessava-o o aperfeiçoamento do sistema representativo. (...) Os actos eleitorais ocorridos em Portugal deixavam-no prostrado. A realidade caciqueira impunha-se, feroz, contra a sua vontade. Apesar de tudo, em 1859, conseguiu impor a promulgação de uma boa lei eleitoral. Mas o seu feitio não era de molde a tirar prazer de pequenas reformas. Até morrer, continuou insatisfeito: com os governantes, com os súbditos e, acima de tudo, consigo mesmo.


 Mónica, Maria Filomena. D. Pedro V. Lisboa: Círculo de Leitores, 2005, pp 205-206.
.
.
.
   O rei abordava ainda o suposto perigo que a construção das linhas férreas representava para a segurança nacional, um alerta lançado, em 1853, por um dos mais destacados intelectuais do período, Alexandre Herculano. As relações entre este e o rei não eram tão boas quanto usualmente se julga. Um tecnocrata feito a pulso, D. Pedro tinha pouca paciência para os devaneios medievalistas do historiador. Em novo, admirara o homem que seu pai escolhera para bibliotecário do paço, mas pouco a pouco, as ideias destes dois homens foram divergindo, (...) Os temperamentos de Herculano e de D. Pedro eram demasiado diferentes para se poderem dar bem. Herculano acabaria no exílio interior, coisa que, estivesse vivo, o rei teria certamente desaprovado.
   Uma prova de que as relações entre ambos tinham azedado, ainda antes do final da década de 1850, é-nos dada pela hesitação de D. Pedro em convidar Herculano para reger a disciplina de História no Curso Superior de Letras. Eis o que, em apontamento privado, escrevia: "A. Herculano deixa-se dominar a tal ponto pela ideia da existência de grandes perigos nas tendências invasoras da cleresia e da aristocracia que não sei se seria possível obrigá-lo a não fazer uso da arma do ensino para a defesa da sua causa". Tendo em conta a reputação do historiador junto das elites, acrescentava: "É difícil deixar de oferecer a A. Herculano a cadeira de História, pelo menos apalpá-lo, para não lhe dar a satisfação da recusa (...) Pareceria, pelo menos, uma vingança aos olhos dos que, não sei por quê, acreditam (...) diametralmente opostas as ideias de A. Herculano e as minhas." (...) Eis outra passagem relativa à meditação do rei sobre o assunto: "É provável que A. Herculano não aceite, não quadra com os seus hábitos a disciplina a que teria de sujeitar-se, nem lhe deixam os seus trabalhos habituais tempo para traduzi-los no ensino da mocidade, para o qual ele não tem a paciência benevolente e a indulgência de que ela precisa. Chefe de escola, ou, pelo menos, pretendendo sê-lo, o magistério seria, porventura, para ele uma propaganda e ele sabe que as multidões não se dominam senão a troco de concessões do amor próprio (...) Na falta de A. Herculano, não me lembra outro nome que o de Rebelo da Silva." De facto, após a previsível recusa daquele, seria este a ocupar o cargo. Data ainda desta época a carta que Herculano escreveu a Filipe de Sousa, na qual se queixava do facto de o rei poder "vir com insistências pueris" junto dele, acrescentando estar "pouco disposto para o aturar". A amizade entre os dois desaparecera.


 Mónica, Maria Filomena. D. Pedro V. Lisboa: Círculo de Leitores, 2005, pp  176-177.
.
.

quarta-feira, 18 de janeiro de 2017



                             " Os óculos do meu vizinho"
.
.
Num dos seus ensaios mais importantes (Hegel, Marx, Nietzsche ou o reino das sombras), Henri Lefebvre - filósofo que hoje ninguém lê - chama-nos a atenção para a estrutura triádica do pensamento ocidental: " O Ocidente europeu parece ter sido consagrado ao pensamento triádico ou trinitário.". (Lefebvre: 1975:43). Lefebvre põe como hipótese que tal estrutura do pensar tenha a ver com a geometria euclidiana e começa então a analisar os vários exemplos concretos: o Cristinianismo trinitário, que, como sabemos, não foi o modelo inicial da dita religião; a dialética hegeliana e a sua inversão segundo Marx, a lei dos três estados de Comte, etc.Por fim, e talvez ironizando, afirma que a sua tríade poderá ter alguma correspondência com a cristã: Hegel, seria o Pai, a imposição da Lei; Marx, o Filho, o acenar da práxis libertadora e Nietzsche, o Espírito e a Alegria (Lefebvre: 46). Torna-se claro que ao longo de todo o livro - de que seria exaustivo falar aqui - a supremacia libertadora é colocada em Nietzsche. Teria sido interessante o esmiuçar da importância dessa tríade no pensamento grego - exº: na visão do homem nos Pitagóricos, em Platão, etc., mas igualmente falar da importância da díade no pensamento ocidental: os que acedem ao Logos versus os cegos, os cidadãos versus os estrangeiros, os que se salvam versus os que se perderão, etc. OS ÓCULOS do ocidente estão indissoluvelmente ligados à geometrização não só do pensar, mas também do relacional, quer este surja na sua vertente moral quer irrompa na prática política - exemplo: nós, os bons, versus os russos os maus. Esta geometrização é, muita vezes, acompanhada de má fé - exemplos: mesmo que eu conheça as teorias da necessidade de cercar a Rússia e de tentar fazê-la implodir, mesmo assim urge estigmatizá-la; mesmo que saiba que a monogamia diminui na escala animal à medida que nos aproximamos dos primatas mais perfeitos, mesmo assim quero-a para mim e forçar os outros a segui-la, aliás, não é por acaso que Judith Butler, numa entrevista e relativamente a este assunto, surpreende o repórter com a pergunta: "porquê dois?". De qualquer modo, na Filosofia ocidental, bem como na Crítica Literária poucos conseguiram fugir a este modelo de ÓCULOS: o olhar racionalizável, matematizável, a vida arrumadinha: os que escrevem para o futuro versus os que se deixaram ultrapassar. Muitos foram os escritores que se deixaram enredar nesta teia dos rótulos dicotómicos e das posições bem desenhadas numa hierarquização que ninguém sabe o que seja mas que todos defendem - exº: vejam-se as preocupações iniciais de Victor Hugo, Musset, Sainte Beuve e outros ao tentarem defender a inexistência de cisão entre Classicismo e Romantismo. Seja como for os ÓCULOS do Ocidente visaram sempre a marginalização do diferente e, ao mesmo tempo, a redenção do igual. Conclusão: a tríade e/ou a díade são a ARMAÇÃO DOS ÓCULOS OCIDENTAIS, UMA PRÁTICA DE ASCENSÃO DO MESMO visando, E PARADOXALMENTE PRATICANDO JÁ, uma etapa finalizadora, uma integração salvífica em Deus ou numa sociedade sem classes ou ainda num estar-aqui onde Vida e Estética coincidam (Cf. Vergílio Ferreira). Poucos escaparam a este modelo e de entre eles talvez se possa citar Schopenhauer, que no seu "O Mundo como Vontade e Representação" deixa claro que o tão propalado grau último só é susceptível de ser alcançado pela anulação - e sua fusão - da Vontade entendida como Representação na Vontade Infinita "matéria substancial" (?) de tudo quanto que É. Mas as influências da filosofia oriental neste filósofo são demasiadamente conhecidas (Schopenhauer; 2008, 721).
A Filosofia budista parece, pois, baralhar as mentes mais formatadas pela Lógica da Identidade, primeiro porque não é um pensar da marginalização e da segregação, mas um pensar da integração (Anagarika Govinda: 1960, pp 48-52), depois porque a tríade (ou a díade) não visa alcançar nenhum Além, já que o Além e o Aqui coincidem, sendo pois OS REFERIDOS ÓCULOS meros meios para vivenciar o aqui-além, quer nos filósofos clássicos (Nagarjuna: 1995), quer nos contemporâneos (Kalou Rinpoché: 1993:324), por fim, porque a salvação não é negociável com qualquer tipo de transcendência, mas liga-se ao modo como vou aprendendo e praticando a libertação do desejo, da posse, do sofrimento e me vou integrando nesse Vazio de tudo aquilo que Enche o que me cerca e É enquanto Vazio. Por conseguinte, no pensar oriental, toda a subida é simultaneamente uma descida, toda a ascensão é uma despossessão de tudo... e de mim próprio.
.

Fotos: 1, Henri Lefebvre; Foto 2, Schopenhauer; Foto 3, Kalou Rinpoché; Foto 4, Anagarika Govinda.
.
.

terça-feira, 17 de janeiro de 2017


     O "D. Pedro V" de Maria Filomena Mónica acaba de me fascinar pela forma rigorosa, criteriosamente doseada e nada enfastiante com que articula História Política, História Sócio-Económica e História Cultural. Não sendo as duas últimas as mais abordadas na obra, não por opção ideológica da obra, mas porque a cadência das mutações nessas áreas, atávicas e sonolentas, não aparecem como significativas. O mesmo não sucedendo com a História Política: período de convulsões sistémicas e sistemáticas o reinado de Maria II deixa ao filho um período de bonança, mas no qual a intriga política se mantém e é aqui que Maria Filomena Mónica é magistral: no bisturi com que escalpeliza personalidades e comportamentos da época: o sonso e intriguista Saldanha, o sonolento e negligente Loulé, o ambicioso e ousado Fontes, o passa-pelo-intervalo-da-chuva Aguiar, etc. Contudo, é sobre a figura de Pedro V que a análise psicológica atinge o ponto máximo: simultaneamente sarcástico e exigente (relativamente ao irmão, futuro Luís I), apaixonado e frágil (para com a mulher)... Pedro V fez-me lembrar as várias visões de Luís da Bavieia, sobretudo na versão de André Fraigneau: um rei marcado pela solidão, demasiado sério, lúgubre, crítico em relação aos políticos, que tanto lhe haviam feito sofrer a mãe e em relação à leveza do pai. Razão tem Oliveira Martins quando diz que os Braganças haviam acabado com Maria II, com Pedro V - e a partir dele - é outro ramo que surge: os Saxe-Coburgo Gotta. Aliás, a política internacional não escapa à análise de Maria Filomena Mónica e são inúmeros os excertos de cartas entre o rei e o tio, o marido da rainha Vitória, que constantemente o aconselhava nos mais diversos assuntos. Pedro V era um homem só, o breve casamento com uma rainha que morreu prematuramente... e virgem!, deixou-o ainda mais marcado pelo desalento: avesso à intriga política, fortemente empenhado no desenvolvimento do país (caminhos de ferro, estradas,, escolas, uma ousada reforma eleitoral, etc.) pelo qual luta com unhas e dentes, mas que um país miserável e repleto de intriguistas retarda o mais que pode. Razão tinha também Eça de Queirós, que, numa das suas "Farpas", diz que o jovem rei viveu antes e depois do tempo: depois do tempo, porque se tivesse sido um rei absolutista teria levado o país para a frente passando por cima das tricas políticas, antes de tempo porque se tivesse sido um republicado teria também levado o país para a frente. Pedro V é uma personagem trágica - o único dos Braganças a quem Guerra Junqueiro, no seu "Pátria", não arrimou os dentes - um homem ávido de progresso tecnológico e sócio-cultural para o seu país, mas um ultra-romântico na forma de entender as mulheres, as relações interpessoais e de traçar o seu próprio destino. Maria Filomena Mónica, não sendo da área das psicologias, é magistral a desenhar o retrato da alma de um jovem melancólico, que aos 20 anos observava, analisava e escrevia como poucos; que não podendo governar inundava os vários governos com missivas e recomendações e, quando "a feira já não se aguentava" demitia os próprios governos. O que sempre me impressionou nesta figura, foi a enorme sabedoria de um jovem que acaba por morrer aos 24 anos. Uma personagem assumidamente romântica!

Foto de Victor O. Mateus.

sábado, 14 de janeiro de 2017

Il faut se figurer une ligne de crête dans les montagnes et marcher sur cette ligne en tâchant de ne chuter dans le vide éthique ni d'un côté ni de l'autre: deux précipices bordent le chemin d' une existence, qui sont, d'une part, la tentation de penser sur le modèle de ce que nous vivons (c'est le désir de l'homme intense) et, d'autre part, la tentation de vivre sur le modèle de nos pensées (c'est l'espérance des sages et des hommes de foi; c'est aussi, peut-être, la promesse électronique).
   La vie éthique n'est ni la vie sage ni la vie électrique, ni la recherche du salut, ni la quête spontanée d'intensité. C'est une vie capable de ne pas se livrer à son intensité et de ne pas chercher à s'en délivrer. C'est un chemin étroit qui sinue à travers tous les discours, le long duquel il faut renvoyer inlassablement dos à dos ceux qui nous disent de penser intensément et ceux qui nous enjoignent de vivre également, asservissant ainsi une partie de nous-même à l'autre partie (...). Pour ne pas affirmer et pour ne pas nier l'intensité de la vie, il faut apprendre à éprouver cette intensité dans la résistance; on ne ne se sent vraiment  vivre qu'à l'épreuve d'une pensée qui résiste à la vie, et on ne se sent vraiment penser qu'à l'épreuve d'une vie qui résiste à la pensée.

  Garcia, Tristan. La vie intense, une obsession moderne. Paris: Éditions Autrement, 2016, p 196.
.
.
.

domingo, 8 de janeiro de 2017


"La médiocrité est bourgeoise", résume Simone de Beauvoir dans ses Mémoires d'une jeune fille rangée, Tous ses qui, durant un peu plus d'un siècle ont désiré désespérément de l'intensité pour vivre et pour penser ont hait cette classe sociale intermédiaire qui n'était ni l'aristocratie dépositaire du passé ni le prolétariat à qui l'avenir semblait promis. Pas de pire insulte pour l'homme moderne que: "Bourgeois!" Qu'est-ce que ça veut dire? Ça signifie: "Tu es sans intensité." Le bourgeois (...) c'est le Homais de Flaubert, c'est l'objet des sarcasmes de Rimbaud et des insultes des jeunes gens de la chanson de Brel ("les bourgeois c'est comme des cochons"). "Il est justement, botaniste et pansu", se moque un vers amusant du "Monsieur Prudhomme" de Verlaine. De Borel, Baudelaire, Daumier, Courbet à Dylan (...) le bourgeois est l'homme qui résiste passivement à l'intensification de ces sens. C'est, éclairé par sa lampe de salon, l'homme dépouvu d'électricité intérieure.
     Homme installé, sédentaire, marié, à la vie programmée, qui aime modérément l'amour, qui connaît juste ce qu'il faut de science, marchand, comptable, il est le point d'équilibre de la société. Mais il a étè aussi le dernier point de résistance sociale à l'intensité éthique. (...) Devant l'adversité bourgeoise, l'idée de vivre intensément prenait encore un sens transgressif et électrisant. Plus encore que le prêtre ou le philosophe donneur de leçons, le bourgeois a représenté sans doute le derniere contraire de l'intensité. Le bourgeois n'est pas homme de danger, ni de pari. Il ne connaît jamais le frisson sans s'assurer de sa sécurité (...).
     Mais le bourgeois aussi a voulu être intensément ce qu'il est, être confortablement installé et frissonner pourtant dans son siège, à vivre de petites stimulations quotidiennes (...). Puisque l'intensité n'est plus déterminée comme contenu, mais seulement comme manière, chacun peut chercher à acquérir les moyens de pimenter son existence trop fade (...) l'homme intense est donc condamné à inventer des ruses pour éviter l'embourgeoisement qui menace sans cesse son sentiment de vivre.
(...) Il faut changer, connaître diverses passions, expérimenter des amours en tout genre, mesurer sans cesse ce qui les sépare, découvrir l'inconnu; l'expérience humaine ne se forge que dans l'altération permanente de son objet. De ce point de vue, l'identique affaibit, et le différent renforce le sentiment (...). L'homme intense s'engage dans une course contre toute forme d'identification à la fois de ce qu'il est, de ce qu'il sait et de ce qu'il sent.


  Garcia, Tristan. La vie intense, une obsession moderne.Paris: Éditions Autrement, 2016, pp 117-119.
.
.

quinta-feira, 5 de janeiro de 2017


Tristan Garcia (n. 5/4/1981 -          ) filósofo e escritor francês, atualmente Professor na Universidade Jean Moulin - Lyon 3, Doutorado em Filosofia e influenciado por Aristóteles, Badiou, Witgenstein e Sandra Laugier é autor - até à data - de seis romances e seis ensaios de Filosofia. Em La vie intense, Garcia traça o perfil do homem contemporâneo a partir da ideia de intensidade, esboçada no séc. XVIII e sob os efeitos da descoberta da eletricidade. Veja-se, por exemplo, o modo como analisa e articula as filosofias de Sade, do Romantismo e do Rock! Ao longo de todo o livro esta intensidade é caraterizada nas suas múltiplas vertentes e naquilo que distingue o homem intenso daquele outro homem que poderia ser encontrado no período que vai da Antiguidade à Idade Moderna (séculos XVI-XVII). A intensidade surgirá depois, na visão do filósofo, como instância transportando no seu seio não só uma multiplicidade de contradições, mas também uma Lógica que lhe é específica. Estamos, aqui,  perante uma análise rigorosa e exaustiva do tema em questão, repleta de referências (filosóficas, musicais, etc.) e que não deixa de fora a relação deste homem intenso com o paradigma axiológico do neoliberalismo. Obra fundamental para compreender a contemporaneidade!
.
.
.
Or cette idée familière à l'esprit moderne devient intrigante dès que nous l'isolons et que nous la contemplons du dehors; un lettré de l'Antiquité, un esprit du Moyen Âge, un homme vivant sous la dynastie des Han, un brahmane de la civilisation védique auraient-ils soumis, comme nous le faisons, toutes leurs valeurs (esthétiques, morales, politiques) à ce critère d'intensification? Rien n'est moins sûr. L'absoluité, l'éternité, la vérité ou la simplicité l'auraient sans doute emporté comme critère final de jugement. Nous avons hérité d'une forme d'humanité plus suspicieuse à l'égard de ces critères classiques, et qui les a remplacés par la fétichisation de l'intensité: ce que nous pouvons espérer de meilleur, ce que nous trouvons le plus beau et le plus vrai, ce à quoi nous croyons, c'est à l'intensification de ce qui est déjà. L'intensification du monde, l'intensification de notre vie. Voilà la grande idée moderne. Ce qui est certain, c'est qu'il n'y a dans cette idée d'intensité, quand nous l'observons de loin, ni salut ni sagesse. Ce n'est pas la promesse d'une autre vie, d'un autre monde. Ce n'est pas non plus la perspective qui existe dans tant des cultures humaines d'un équilibre (...). L'intensité que tout nous promet dans le monde contemporain est un programme éthique qui chuchote d'une petite voix dans tous nos plaisirs et dans toutes nos peines: "Je te promets plus de la même chose. Je te promets plus de vie."
(...) la perspective du salut ou de la sagesse a été remplacée par la stimulation ou le progrès de tout notre être, jusqu'à son électrisation.


 Garcia, Tristan. La vie intense, une obsession moderne. Paris: Éditions Autrement, 2016, pp 24-25.
.
.
.

terça-feira, 3 de janeiro de 2017

Foto retirada de um blogue onde se noticiava o falecimento do poeta aqui postado (1955-2010). Será imediatamente removida caso o seu autor o requeira.
.
.
Se ele soubesse o que sinto e o que sei
Se soubesse a certeza que eu tinha de o encontrar
E de o perder logo em seguida...
Se ele soubesse fugiria
Porque a verdade fá-lo-ia correr
E assustar-se-ia
Porque não acreditaria na verdade
Talvez me amasse
Se o ensinasse como amar!

É tão chato rever pessoas conhecidas
Que não nos conseguem reconhecer!
Mascaram-se de vida
Numa fuga de gato e rato
Que este palco imundo
Onde o homem se diz rei
E parecem novos ricos
Não falam a ninguém!

Ah, mas assim
Na distância daquilo que sei e sinto
E todas estas filas de plateia
Apenas lhe posso ver a figura escolhida
Esperançosa
De me encontrar um dia
Com a aparência que ele reconheceria
Mas que não tenho
Pelo menos agora, aqui!


  Pacheco, João Maria do Ó. Poemas I. Fafe: Editora Labirinto, 2016, p 58 (Prefácio de Vicente Alves do Ó).
.
.
.

segunda-feira, 2 de janeiro de 2017



no salgado aroma da tarde
saúdo os teus olhos
ante a solidão do mar
a tela branca dos teus dedos
enlaça as polifónicas palavras
na memória lenta do crepúsculo


    Rocha, Rui. Taotologias. Fafe: Editora Labirinto, 2016, p 56.
.
.
.

sábado, 31 de dezembro de 2016




um velho ramo de árvore
balança na brisa do rio
a tarde esconde o canto das aves



Rocha, Rui. Taotologias. Fafe: Editora Labirinto, 2016, p 23.
.
.
Nota - A poesia do luso-macaense Rui Rocha, recusando todo o tipo de narratividade bem como uma Lógica Formal de cariz ocidental, baseia-se fundamentalmente nas filosofias do oriente, sobretudo na Zen, assim, é intento desta escrita a apreensão do resplendor dos instantes simultaneamente belos, completos e absolutos. Sobre esta poesia escreveram já: José Carlos Seabra Pereira, no seu "O Delta de Macau" - uma exaustiva e rigorosa História da Literatura de Macau -, Yvette Centeno numa postagem recente no seu blogue,,, e há também um longo artigo meu no Nº 44 da Revista de Cultura/ Review of Culture (International/ Macao).
.
.
.

quinta-feira, 29 de dezembro de 2016


A presente obra - que engloba poemas desde o livro A Flor e a Noite (1955) até ao livro As Linhas que Perduram (2016) - foi publicada por ocasião do Doutoramento Honoris Causa atribuído a António Salvado pela Universidade da Beira Interior.
.
.
    "O olhar de ver"


Em tudo o que tu vês    eu moro aí,
em tudo o meu olhar    a ti só vê -
conforto de presença tão contínuo
que não sabe onde surge    onde termina
dentro do modo    o tempo deste ver.

Nem eu alcanço outro horizonte além,
nem tu aqui outra maior distância -
e os olhos bem juntinhos não se lembram
de sentirem em si diverso alento
que não seja    -a tremerem-    a constância.

Por isso    como um lanço    os nossos corpos
ignoram qualquer 'spaço que os separe -
muito encostados    poros sobre poros
olham apenas o prazer que é nosso
com mais desejo encima    até fartarem.


 Salvadp, António. Poemas escolhidos. Castelo Branco: A 23 Edições, p 97 (Nota de apresentação de Margarida Gil dos Reis).
.
.

quarta-feira, 28 de dezembro de 2016


  "A um poeta da estirpe de Horácio"


Fizeste um monumento
de lata    não de bronze
se bem que a tua mente
seja bronze o que esconde.
Nem a mais fina chuva
o há-de corroer
nem esse vento agudo
poderá desfazê-lo.

Com tal perenidade
a ter o monumento,
os anos não são nada
pelo fluir do tempo.
De modo que em ti vive
certa posteridade,
ó rejuvenescido
pelo brilho da lata!


  Salvado, António. Poemas escolhidos. Castelo Branco: A 23 Edições, 2016, pp 51-52 (Nota de apresentação de Margarida Gil dos Reis).